Io non volevo percorrer le perfide scale

che tortuose collegano il cuore al cervello.
Perché lo sapevo di certe persone
che all'improvviso fan gran scivolate,
cadono lungo la spina dorsale
nel fondo profondo, per tre spire e mezza,
dove si trova la coda del diavolo.

Io non volevo causare un disturbo ai miei morti
che la notte non stanno mai quieti.

Sono arrivati a legarmi piedi e mani,
posso soltanto fare i salti in un sacco.
Posso soltanto annuire ai superiori
perché asseriscono che io sia solo un matto.

Il mio pensiero torna al tempo che suggevo
le roride perle di saliva che tu espellevi a bollicine,
quasi fosse panacea, capace di guarirmi.
Mentre ti bevevo, sprofondavo nel tuo male.

Io non mi accorgevo che rubavi le mie spighe,
nella rete che intessevi di ammicchi e ritrosie,
maledetta gattamorta. Maledetta.


 - Stefano Agnini

Ha ben presente l'assenza
ma non le manca di certo.
Lei tinge sempre la stessa parete.
Cerca di darsi un senso.
Dipinse il cielo di rosa,
ma la vernice era secca, era poca.
Restò un alone pulsante
simile al suo gravido ventre
che partorì sette corvi gemelli.
Li chiuse nello stipetto
perché non vedesse la bella gente
che cosa teneva nel letto.

Sul muro, con tratti precisi,
disegnò un corvo affamato,
una pigna e una torcia ardente
per guarirsi.
Voleva provarci di nuovo.
Svuotò un barattolo rosa.
Spogliata, pitturò il suo corpo
di vernice rosa.
"Vado a farmi una doccia.
Il caffè, se lo vuoi, è già sul fuoco".
Ma anche il caffè era secco,
poco ed amaro.

Non è vero che mi manchi così. 

Sulla soglia cartoni vuoti oramai
a raccogliere i ricordi tuoi.
Frammenti di un giorno di festa in famiglia allargata.
Sensualità, di nascosto dal bimbo, mi respiravi addosso.
Perché hai traslocato altrove la tua anima?
Perché hai traslocato altrove?

Dove mai è andato l'entusiasmo
che provavi quando ti esploravi?
Dove mai è andato l'entusiasmo
che sentivi nel toccarti la sera?

Ma ci sarà un altro Re Travicello.
Piovuto ai ranocchi. Che sciocchi.
Che bello, ancora un Re Travicello.
Piantato a fondo, ben dentro al cervello.

- Stefano Agnini
 

Io come mai potrò credere in un dio
obnubilato, ascoso ed addormentato?
Io voglio individuare il mio Sé,
come fecero gli Angeli, con le Figlie degli uomini.

Trasmutare e sublimare
le energie nell'alchimia interiore
e percorrere in caduta
le sefìre oscure, vincere il terrore di
risplendere di Luce.
Sensitività.

Io devo risvegliarmi dal sonno
in cui trascorre la vita agile.
Io sono moltitudine d'Io,
seme che genera demoni meridiani.

Un demiurgo con il becco,
che ghermisce i suoi figli con gli artigli,
li imprigiona tra promesse nel giardino
dove la mia infanzia incespicò,
tra i pensieri neri neri.
Sensitività. 

In silenzio scali il monte verso i ghiacciai
ne assapori i profumi che sentivi da bambino.
Scivola lo sguardo nel crepaccio più profondo
ma procedi a testa alta, Re del Mondo.
Tu, Re del Mondo.

A passo lento lassù
dove governarono Giganti e Dei.
Raggiungerai l'Assemblea
dei Saggi senza Virtù.

Tu vedrai Giacobbe che parla ancor tra sé,
aspettando una risposta che non c'è.
O un tartaro disperso che cercava il deserto
ma si è perso come ti perderai tu.

A passo lento lassù
con il fiato che si fredda in volute.
Festeggerai il potlatch
al banchetto degli Dei senza Virtù.
 

- Stefano Agnini

A dire addio l’ultima,
la prima a scalare il nero spazio.
Attorno a te materia oscura,
chiara la luce di un inedito vociare.

Ossigeno ridotto al minimo,
salate gocce lontane frasi rotte.

Resa l’anima i tuoi compagni
rendono più calmi i tuoi sospiri.
Preghi veloce affinché
lui dica “Vieni…”

Ricordi la rossa Russia:
l’applicazione di un vivo socialismo.
Sogno e Idea rimaneggiati,
rimane cenere su dissolte tue frequenze.

La radio incrosta suoni,
suoni che amplificano gli umori.

Distante dal figlio in lutto,
distante dal corretto amore.
Tenue l’ultimo tuo sospiro.
Tenue un volto astratto.
Tenue il fuoco consolatore.
 

- Gabriele Guidi Colombi

Scura quercia immagine imponente
dall'arbusto immobile,
statica virtù perseveranza
scuote il cuore, la memoria e qui
è iniziata un'altra guerra.

Atavici utensili sulla terra,
un dialetto originario di Crimea
intagliato dal tempo.

Lo sguardo incline alla malinconia,
il corpo avvezzo a sopportare il peso
della sconfitta e della malattia.

Vite transitate all'ombra.
Il vapore spinge,
gira l'ingranaggio folle
e un impalpabile pensiero
di un'esistenza che libera tornerà.

Gli scarponi consumati dal vento
obbligati a reggere
turni di lavoro fuori dal tempo,
l'ombra plutocratica di chi
ha inventato questa guerra.

La brezza gelida al crepuscolo
avrà sfiorato la vecchia dimora mia.

Vite transitate all'ombra.
Il vapore spinge,
gira l'ingranaggio folle
e un'esistenza che libera tornerà.

- Luca Scherani

"Cavalluccio cavallino che trotterelli zoppo per la via maestra”.
"Vai a letto senza cena che se no chiamo il babau".
Suona la campanella della scuola.

"Me lo immaginavo come un grosso cane nero, il baubau".
"Vai a dormire, su, che è tardi, che se no vien l'uomo nero".
Suona la campanella della scuola.
Suona la campanella della scuola.

Nel suo mondo, il bambino, ridendo,
distruggeva con forza di gigante
ogni cosa che toccava.
I carabinieri lo accompagnavano a scuola.
I carabinieri lo accompagnavano a scuola.

"Hai visto che belle le impronte dei denti di Eva sul cedro?".
"Vorresti forse mangiarlo anche tu?"

Alla fine sei ancora qui
a girarti nel letto
a raccogliere nel cassetto
i tuoi mostri migliori?

E non riesci a fermarti
a mirar dalla vetta,
troppa fretta di voler tutto come se ad un tratto tu,
non ci fossi mai più.

Cara Ecate vorrei
mi portassi con te
nei tuoi viaggi tra i tre regni per comprendere se
io sia fatto di carne o abbia anch'io
la natura di Dio.

 

- Stefano Agnini

Sono nel paese che divora i suoi abitanti,
ma questi Giganti, sono proprio tanti.
Tanti come sono le lucette nelle strade.

E le loro femmine si veston di lussuria,
sbattono le ciglia, indossano ciniglia.
Bianche spumeggianti, con tariffe agevolate
per parlar con Dio.

A Natale mi regalo un amore,
non di quelli che fan male.
Non sia manufatto industriale,
da scartare e consumare.
Oppure la rivoluzione generale,
non bieca manovra editoriale,
stampata sulle magliette strette
la faccia del Che a sprimacciar le tette.

Andar di soppiatto
alle spalle di
coppiette tra i rifiuti
di giornate mai
perfette, a fissare
le vetrine di un'idea.

Brutte marionette
parlano svogliate,
solamente cose
sfatte, sfilacciate.
C'è chi urla: "Sveglia!"
chi: "Ci ammazzerete.
Come cani".

Con quel bel candore
bianco come neve,
neve mista fango.
Tra angioletti che
fischiettano al Signore,
le pauvre Martin
con la pala fa rumore.

- Stefano Agnini